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La difficile riduzione del consumo di suolo

Le risorse ambientali, i cambiamenti climatici, la fragilità dei paesaggi e i rischi dell’assetto del territorio. Questi e molti altri fattori, negli ultimi anni, stanno spingendo a considerare il suolo come un elemento fondamentale da tutelare. Conservare il suolo permette il corretto ciclo delle acque, oppure favorisce la tutela del paesaggio, oppure evita che si costruisca in posti più a rischio in caso di calamità. Insomma, è tutto più che giusto e il ragionamento fila anche se credete che la Terra sia piatta.

Ma come ridurre il consumo di suolo in una società che necessariamente ha bisogno di “occupare” degli spazi?

La risposta appare quasi banale: ti servono più case, più industrie, più servizi? Allora recupera quelle che già ci sono e non sono utilizzate. Succede allora che i Piani urbanistici, riducono o azzerano le Zone C (quelle destinate a nuova edificazione). Oppure che si aggiungano vincoli ad altre aree. Il tutto per limitare, appunto, il consumo di suolo indirizzando invece il riuso di quanto già esistente. Tutto semplice, giusto e bello. Ma è così facile arrestare il consumo di suolo?

La terra e la proprietà privata

Quando parliamo di edilizia, la prima cosa che ci viene in mente è la casa. Posseggo un terreno dove il Piano urbanistico mi da il permesso di costruire (è quindi edificabile). Nel momento in cui ho la possibilità economica, lo farò subito. Nel passato i Piani erano molto possibilisti. Su questa impostazione sono nate infatti enormi speculazioni edilizie “regolari”. Basti pensare al “Sacco di Palermo”, una vera e propria esplosione di cemento regolarizzata da un Piano concepito con mentalità mafiosa. Un’economia fondata sul mattone, che vedeva nella costruzione di nuove case, una grandissima fonte di reddito.

Quando oggi veniamo a scoprire che per ridurre il consumo di suolo, non si possono fare nuove case, è chiaro che il sistema economico cambia. Ma lasciando stare il grande imprenditore, il terreno gigantesco oppure l’impresa edile megagalattica, riadattiamo tutto il sistema al piccolo proprietario.

Filippo possiede un terreno di 800 mq nel Comune di Rocca Consumata. Accanto al suo terreno, nel corso degli anni, hanno tutti costruito qualcosa. Chi una villetta, chi una palazzina. Anche il Comune ha realizzato una piccola scuola. Il Piano urbanistico che c’era prima era molto “alla mano”, tutti avevano più soldi (anche il Comune) e quindi il cemento scorreva come la birra all’Oktoberfest. Filippo però era al nord e mai pensava che le cose sarebbero cambiate. Quando un brutto giorno viene licenziato dall’azienda di mattoni per cui lavorava e si trova costretto a tornare nella ridente Rocca Consumata. Ha un piccolo gruzzolo da parte e così decide che è giunto anche per lui il momento di fare una casa sul suo terreno.

Filippo non sa però che il Sindaco, tre anni fa, è riuscito a far approvare un nuovo Piano Regolatore. Questo è un sindaco fricchettone, attento all’ambiente e giusto giusto qualche anno prima aveva letto un articolo sul consumo di suolo. Il nuovo Piano di Rocca Consumata prevede pochissime aree edificabili e fra queste non c’è più il terreno di Filippo. Venuto a scoprire questa cosa, prova ad attivare una forma di perequazione. Non una formula matematica, ma un atto che prova a risistemare una possibile discriminazione o svantaggio subito rispetto ad altri. L’amministrazione comunale, non riesce a offrire a Filippo alternative per le sue tasche, ritrovandosi così oggi un terreno diventato “agricolo” ritenuto importante per la salvaguardia del paesaggio e dei rischi idrogeologici del paese.

In questa situazione, Filippo non ha possibilità di investire nel “recupero” di un edificio che già ha. Non ha i soldi per comprare un altro terreno edificabile. E poi non ha neanche capito che è importante tutelare il suolo (diventato da oggi il suo peggior nemico).

La lotta al consumo di suolo è complicata

L’esempio di Filippo, sembra spingerci a pensare che ridurre le nuove edificazioni è anti-democratico. In realtà è tutt’altro. Di sicuro sarà complesso, ma tutelare l’assetto del territorio, il paesaggio, l’ambiente, ecc. è tutto fatto per l’interesse della collettività. Cosa si può fare allora concretamente?

  • Far capire a tutti che quando il fiume è in piena e travolge le case, la colpa non è del fiume, ma di chi quelle case le ha costruite abusivamente. Oppure di chi quelle case ha permesso che fossero realizzate;
  • Favorire le relazioni economiche fra privati, soprattutto fra chi possiede terreni e chi invece possiede edifici. Incentivando chi non può riqualificare e chi vorrebbe invece costruire, a collaborare verso un risultato comune: avere un nuovo edificio (economia) pur mantenendo il suolo;
  • Facilitare e incentivare i Comuni a realizzare nuovi Piani Urbanistici, aggiornandoli periodicamente. La cultura della tutela del suolo, comincia dalle regole, dall’equità e dal rispetto del territorio;
  • Promuovere, sostenere e accelerare processi di rigenerazione urbana. Le formule possono essere diverse: fondi immobiliari, comparti, interventi di rifunzionalizzazione. Fattore comune, sarà però la stretta sinergia fra pubblico e privato;

In conclusione, la lotta al consumo di suolo, è ricca di obiettivi e presupposti più che condivisibili. Necessita però, per essere realmente fattiva, del coinvolgimento dei diversi attori della società, a partire dai cittadini. Il suolo è di tutti, non deve creare divisioni economiche, ma invece deve spingerci a ripensare come sviluppare e rigenerare le nostre città ricominciando dalla tutela delle risorse e dalla valorizzazione di quello che già esiste.